Archivi categoria: Psicologia

Autostima: cos’è, cosa comporta, come migliorarla

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L’autostima è fondamentalmente quello che crediamo che sia. E’ il processo attraverso il quale stimiamo il nostro valore personale, basandoci su percezioni incentrate sia su noi stessi in quanto tali, sia in relazione agli obiettivi che ci poniamo, sia ancora legate al nostro rapporto con gli altri, i quali giocano almeno in parte un ruolo di legittimazione per ciascuno.

Celebre ed emblematica è, a proposito dell’autostima, la definizione del funzionalista William James. L’autostima, per James, era il rapporto tra il nostro sé percepito e il nostro sé ideale, ossia la misura della differenza tra quello che sentiamo di essere, e quello che vorremmo essere.

L’autostima trova la sua ragion d’essere nell’istinto di sopravvivenza alla base del funzionamento dell’uomo: dandoci un valore, possiamo esprimere in maniera più o meno esauriente tutte le nostre capacità, e quindi consentire indirettamente in noi tutta una serie di processi tra i quali, ad esempio, la nostra stessa vita, la riproduzione, l’espressione di abilità che tanto possono giovare a noi o agli altri, il nostro talento artistico ed altro ancora. E’ un fattore dunque molto “vecchio” biologicamente, sopravvissuto alla selezione naturale, e dai forti correlati neuropsicologici.

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Il cane nero e la depressione

Mi fa piacere pubblicare con grande interesse questo video, che da molti giorni sta girando sui social network e che da più parti viene segnalato per il suo trattare con semplicità un argomento così delicato e particolare come la depressione.

La depressione è, forse, più di tante altre malattie, il vero male del secolo, ed è un male davvero subdolo, che cresce dentro talvolta senza motivi apparenti e che soprattutto paga ancora lo scotto del pregiudizio, sia come senso di vergogna per chi ne soffre, sia sottoforma di leggerezza per chi, trovandosi a contatto con una persona depressa, ne sottovaluta le conseguenze, che possono arrivare alla morte autoinflitta dal soggetto, all’insorgere di altre patologie di natura clinica o, più in generale, ad una serie di conseguenze che compromettono la vita dell’affetto in ogni suo aspetto.

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I 5 principi del rapporto mente-cervello

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La psicologia è una scienza ancora giovane e tutta da organizzare: non è ancora un “sistema” unico, e se ciò può contribuire a renderla una materia ancora tutta da definire finanche nelle sue conoscenze di base, può però anche significare che proprio per questo difficilmente si può trovare un campo più affascinante e necessitevole di nuove conoscenze tra tutte le discipline oggi oggetto di studio nel mondo.

Diversi sono gli approcci e diverse le finalità della psicologia, ma senz’altro chiara è la definizione che della materia si può dare: la psicologia è scienza della mente e del comportamento, ed è per questa ragione inequivocabilmente connessa all’azione del cervello.

Proprio nel rapporto mente-cervello si possono individuare gli aspetti più pregnanti della psicologia odierna, la quale trova senz’altro il suo fine privilegiato nel mondo della clinica, e trova nella ricerca psicobiologica il suo tramite più chiaro, moderno, efficace e scientifico.

Lo studioso che più ha contribuito a trovare nel cervello riferimenti a quelli che sono i processi cognitivi della mente è senz’altro Eric Kandel, neuroscienziato statunitense premiato con il Nobel per la Medicina nel 2000.

Nel corso dei suoi studi, Eric Kandel ha approfondito numerosi argomenti, in particolare in riferimento ai meccanismi di trasmissione degli impulsi nervosi lungo i neuroni. Ha inoltre formulato 5 principi alla base del rapporto mente-cervello, elementi da considerare di importanza primaria per lavorare nel campo della psicologia e delle neuroscienze, specie quelle applicate alla terapia clinica.

I 5 principi del rapporto mente-cervello

1. Il primo principio stabilisce che “Ogni processo mentale deriva da operazioni del cervello”. Per cui anche la “mente” altro non è che un’operazione del cervello, e dunque eventuali suoi disturbi trovano riscontro anche in alterazioni del funzionamento cerebrale, in un qualcosa (es. una lesione, la mancata produzione di alcune sostanze neurotrasmettitrici, etc.) che ha corrispondenza anche di natura organica, anche nei casi in cui le cause di tali disagi sono attribuibili a fattori prettamente ambientali.

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3 differenze tra uomo e animali nel linguaggio

linguaggioGli animali parlano? Ve lo siete mai chiesti? Sinceramente, io no. Figuratevi se… Ma la cosa mi ha colpito oggi, quando mi sono trovato davanti una lettura particolarmente interessante, che per motivi di studio non ho potuto fare a meno di affrontare.

Che gli animali comunicassero (no, non ho detto “parlassero”, calmiii!), in un modo o nell’altro, lo sapevamo già tutti. Tutti gli elementi della natura lo fanno. A partire dalla più infinitesima parte di una cellula, che pure “sa parlare” a modo suo, passando per il fiore, la mucca Lola della Granarolo e tanti altri, finanche il più infimo degli animali… per poi arrivare all’uomo, che forse è la stessa cosa, bho.

Fatto sta che gli animali parlano davvero, e se le api comunicano la posizione del cibo con una “danza oscillante” che indica direzione e distanza della pappa da mettere a tavola all’alveare, qualche scimmia, tra le tante cose che sa fare, produce allarmi diversi per richiamare all’attenzione degli altri la presenza di predatori diversi.

Qualche esempio per capire come forme diverse di vita animale, diverse dalla nostra, pur sanno comunicare in maniera più o meno sofisticata. Ma allora, l’uomo? Com’è? Ci sono o non ci sono differenze?

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