I 3 modi di amare e la differenza tra l’amore di Dio e quello dell’uomo

Che l’amore sia davvero un sentimento complesso, variegato ed interpretabile sotto diversi punti di vista è noto a tutti, tant’è che è argomento così ricorrente che quasi in ogni “materia” della conoscenza, di vita pratica o accademica che sia, si scorgono molteplici differenze e modi di interpretare questo concetto, un concetto che solo oggi, probabilmente, tendiamo a “chiamare” con una parola così ampia, così generale, eppur dolce, che dice tutto e, allo stesso momento, tutto entro sé tace.

Tuttavia, nel grande bouquet di possibilità che la conoscenza ci offre in tema, una prospettiva senz’altro interessante che può dare testimonianza di quanto differenti siano gli “amori” può essere quella suggerita dai Vangeli, in cui ciò che noi chiamiamo “amore” è in realtà espresso con tre verbi principali: epithyméô, philéô (stérgô) e agapáô.

I predicati epithyméô, philéôagapáô esprimono amori davvero molto diversi tra loro, sia per la loro natura, che per la loro intensità, e rappresentano con grande semplicità parte di un concetto veramente molto profondo ed ampio.

Epithyméô è il verbo degli amanti, degli amori passionali, dell’amore carnale, del desiderio e ancor di più del desiderio di possesso, e non dista molto da eráô, verbo greco che descrive, non a caso, l’azione dell’eros.

Philéô, il più intuitivo tra i 3 termini per un italiano, dice invece il volersi bene, il trattarsi reciprocamente, nell’uguaglianza, con affetto, il voler essere amico (philós), la volontà di familiarità e la familiarità stessa, anche sanguigna, tra le due persone.

E’ agapáô, invece, il termine più spirituale, profondo e puro per dire l’amore. E’ il termine di chi sceglie, predilige unicamente, di chi ama nell’accezione più candida e pulita del termine: è allo stesso tempo amore puro e amore vero, di chi ama senza compromessi e senza tornaconti, ed è soprattutto il verbo utilizzato da Gesù Cristo quando descrive l’amore verso i suoi figli, il più Alto possibile, e allo stesso tempo l’amore che Dio merita dai suoi figli.

Di qui, prendendo intenzionalmente altra strada, mi soffermo su un passo evangelico molto importante, che dice ampiamente la differenza tra l’amore di Dio e l’amore dell’uomo, tra l’amore puro del Creatore verso la sua creatura, e quello della creatura che ama ma, imperfetta, non coglie appieno la grandezza del suo Creatore, non riuscendogli a dedicare appieno tutto se stesso.

Il brano che descrive, nel Nuovo Testamento, questa situazione, è quello riportato quasi alla fine dei Vangeli, in Giovanni 21,15-19, e recita:

Quand’ebbero mangiato, Gesù disse a Simon Pietro: “Simone di Giovanni, mi vuoi bene tu (agapâs) più di costoro?”. Gli rispose: “Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene (philô)”. Gli disse: “Pasci i miei agnelli”.
Gli disse di nuovo: “Simone di Giovanni, mi vuoi bene (agapâs)?”. Gli rispose: “Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene (philô)”. Gli disse: “Pasci le mie pecorelle”.
Gli disse per la terza volta: “Simone di Giovanni, mi vuoi bene (phileîs)?”. Pietro rimase addolorato che per la terza volta gli dicesse: Mi vuoi bene (phileîs)?, e gli disse: “Signore, tu sai tutto; tu sai che ti voglio bene (philô)”. Gli rispose Gesù: “Pasci le mie pecorelle”.

Sebbene la traduzione italiana attualmente in uso svilisca totalmente la potenza delle parole usate, i verbi con i quali Giovanni racconta l’episodio, avvenuto dopo la morte e Risurrezione di Gesù, e quindi alla fine dei “racconti”, dicono tantissimo, e spiegano fortemente il rapporto d’amore tra Gesù e Pietro, il suo discepolo prediletto.

Gesù chiede per due volte a Pietro se questi lo amasse in materia totale, pura ed incondizionata, ma Pietro per entrambe le volte si limita a rispondere con un “ti voglio bene”, il ti voglio bene degli amici, dell’affetto, ma non dell’amore assoluto.

Alla terza volta, però, l’atteggiamento di Gesù cambia: quando domanda, non chiede a Pietro se egli lo ama con il più alto tra gli amori possibili, un amore divino, ma utilizza il verbo degli umani (philéô), cioè quello dell’amore degli amici, forte, vero, ma non assoluto.

E’ solo allora che Pietro può rispondere “Si”, e il suo sì può essere pieno rispetto alla domanda posta. Gesù, infatti, comprendendo bene le difficoltà che Pietro, che pure lo amava tanto, aveva con onestà nel dichiarare il suo sentimento vero ma non totale, si abbassa al suo livello, fa una domanda “pesata” per un uomo, una domanda che poteva avere risposta pari alle attese poste, le stesse attese – alla nostra portata – che Dio ripone in ognuno di noi.

Se, infatti, Dio è creatura perfetta, eternamente nel giusto, l’uomo – che pure è a sua immagine e somiglianza – di fatto non riesce ad assumere la stessa perfezione, da creatura solo eternamente perfettibile quale è.

E’ per questo che Dio perdona con Misericordia comunque anche il peccatore più lontano da Lui, un peccatore lontano ma che allo stesso tempo, malgrado le proprie debolezze, cerca comunque di sintonizzarsi sulle sue frequenze, chiedendogli di “innamorarlo” di Lui, chiedendo a Lui il suo Amore puro, ed infinito, quell’agápe che è capace di ricevere soltanto, ma non di provare con forza e costanza nella sua vita, verso il Padre.


Questo scritto è dedicato a tutti gli uomini di Chiesa che, nell’esercizio delle veci di Dio in Terra, sono chiamati – come Dio – ad agire con misericordia verso tutti, accogliendo ed avvolgendo con l’amore del Creatore le persone che li interrogano per la concessione dei Sacramenti.
Affinché, seppur nella loro condizione di umanità, siano capaci più di agapâô, e meno di philéô, e lavorino e ragionino per la Chiesa degli uomini, e non per la Chiesa per sé, per dei precetti fini a loro stessi, non applicabili alle umane esistenze.

E’ inoltre dedicato a chi pur non essendo stato perdonato dall’uomo, è stato già perdonato da Dio stesso.
Niente, infatti, potrà mai separarci dall’amore che Dio nutre verso di noi.

 

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