La catalogazione, un mondo in digitale

dualismoQualche anno fa fummo tutti costretti ad aggiornare le nostre apparecchiature per guardare la tv: antenna da rivedere, e decoder o televisore nuovo. Altrimenti la televisione non si vedeva. Arrivò il digitale.

Il digitale. Dicotomico digitale. Sequenze di 0 e di 1, uniche due possibili cifre varianti del codice binario, opportunamente impacchettate, codificate e successivamente decodificate, per rappresentare un mondo fatto di immagini in movimento, di suoni, di contenuti. Un modo all’apparenza banale per coprire gamme teoricamente infinite di colori, sfumature, contrasti, voci, rumori e musiche.

Un modo per combattere le interferenze di un sistema vecchio, quello analogico, troppo soggetto a rumori, ad interferenze, a messaggi partiti in un modo e giunti in un altro perché troppo “liberi”, sfusi. E, se vogliamo, lo stesso metodo che utilizza la nostra mente per “classificare” le cose, per connotarle, per dare a tutto e a tutti un’etichetta con la quale fissare un minimo di percetto. Il modo che utilizziamo per combattere il relativismo sprovveduto, per dare un po’ di “solidità” alle nostre idee e combattere l’interferente plasticità del nostro cervello, capace di cambiare, di disgregare e creare connessioni tra punti già toccatisi e punti nuovi.

Tendiamo ad etichettare qualunque cosa intorno a noi: bianco, nero, grigio, o bello, brutto, né bello né brutto, o ancora sinistra, destra, centro, o ancora aperto, chiuso, mezzo e mezzo. E di qui all’infinito, generalmente considerando almeno i due estremi più un indefinito esteso “mezzo”, che ricopre forse la distribuzione più probabile in cui una cosa, o una persona, possano trovarsi per la nostra mente.

Ma aldilà del mezzo, c’è il simpatico e l’antipatico, come dicevo il bello ed il brutto, l’introverso e l’estroverso, l’eterosessuale e l’omosessuale, l’abile e l’inabile, l’elegante e il cafone, il dotto e l’ignorante. Dicotomia. Digitale, appunto.

Ma siamo veramente frutto solo di una dicotomia? Siamo solo figli del dualismo? La risposta è no, ovviamente. Eppure, anche noi tendiamo a raggruppare realtà analogiche, con onde che vanno dove gli pare nel loro spettro, ad occuparlo come meglio e più possono, in “caselle” digitali.

L’intelligenza di una persona? La grandezza che destina ad ogni casella. Saremmo sempre a costretti ad etichettare, a marchiare, ma quanto più sensibile sarà la nostra mente, quanto minima sarà la differenza di apprezzamento tra due cose, quanto più numerose e piccole saranno le nostre caselline, quanto più grande sarà la divergenza intrinseca dentro la nostra mente, quanto più ci sforzeremo a dividere i concetti in concetti più piccoli, e a giudicare – per esempio e non a caso – le persone scomponendole in pezzi sempre più piccoli, ognuno con la sua polarità – concetto che ci portiamo dalla materia stessa – tanto più andremo a fondo.

Non perché impareremo mai a coprire perfettamente la nostra realtà. Ma perché la nostra rappresentazione, almeno, si farà quanto più fedele possibile, abbandonando quanto più riusciremo la tendenza manichea di cui, per limite umano, non ci sbarazzeremo mai del tutto.

Ad esempio: il ladro. Quello che ruba. Ma ruba solo? No, è padre amorevole. Ladro e padre amorevole. Ma è sposato? Si, certo. E’ un buon marito. Ladro, padre amorevole e buon marito. Si, e fuma? Si, ladro, padre amorevole, buon marito e fumatore. E serve il suo prossimo? Si, pare proprio di si! Ladro, padre amorevole, buon marito, fumatore e servitore del suo prossimo.
Può portare a tutto e a niente. Ma, peggiore o migliore che sia, quel ladro non è solo un ladro.

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