Fare il bene dà fastidio alla gente

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Questa sera, a seguito di una giornata molto stancante, rifletto – incentivato da un fatto di cronaca locale – sul bene e sulle conseguenze che esso porta in particolar modo a chi il bene, appunto, lo fa.

Ci si aspetterebbe, come da logica, che a fare il bene si riceva del bene,  o che comunque – più egoisticamente – ci si senta meglio. Ma invece non è così, e lo sappiamo un po’ tutti: fare il bene non solo costa fatica, rinunce, sforzo, sacrificio, ma costa anche tanto male.

Il bene torna immancabilmente come male. Sempre. E la fatica si moltiplica esponenzialmente, perché oltre a combattere per mettere un po’ di dorato ordine alle cose del mondo, ci si ritrova a dover trovare le forze per opporsi a tutte le insidie che ci vengono contro.

Tanti, troppi sono i fatti che ci danno conferma: tutti i grandi eroi, gli eroi quelli veri (mica Garibaldi!), hanno trovato quasi solo male sulla loro strada. Hanno dovuto sfidare l’insidia combattuta, ma anche rispondere alle accuse di oppositori, “compagni” e addirittura familiari.

E’ il caso di un qualsiasi uomo di giustizia caduto per mano mafiosa, è il caso del personaggio studiato sui libri di scuola l’altro ieri, è il caso di quello zio visto male da tutta la famiglia, di quel giornalista mandato a casa perché ha scoperchiato cose terribili, di quel santo tanto osteggiato in vita e compreso solo alla sua morte, di quel politico mandato a casa o diffamato perché ricordatosi di avere una coscienza, è il caso del parroco del paese, del tizio sotto casa, del professore di quella scuola, del testimone di quel fatto, del volontario di quell’associazione, del benefattore di turno in quel momento…

Una beffa grande, alimentata dal pettegolezzo, dal pregiudizio, dalla malafede, dall’invidia delle persone, dalla sfiducia dei tuoi cari, da ogni forza del male, anche ultraterrena. Per farti smettere, per farti mollare, per farti gettare la spugna.

Tu, però, come al solito devi essere tenace per forza. Non devi arrenderti. Devi combattere per quel che credi. Anche a costo di camminare da solo. Anche a costo di restarci per la vita intera, da solo.

Cosa saremmo se non avessimo le nostre idee, i nostri ideali per cui combattere? E cosa saremmo se diventassimo osservatori passivi, non schierati, non impegnati, non troppo in prima fila per non suscitare conseguenze e reazioni, “credenti” ma non troppo per pigrizia, menefreghismo o, peggio ancora, per malafede, perché siamo veramente cattivi?

Ma che cazzo di vita sarebbe?! E quanto piccoli e senza coglioni, senza dignità, senza un briciolo di umanità meritata saremmo! L’ignavia, come insegnava anche Dante 700 anni fa, è un male grande, è un male di merda, è – a mio avviso – il male dei mali.

In cui rischio di capitare anche io. Per poi vergognarmene profondamente. Un male in apparenza comodo, il male dei “furbi”. Ma furbi di che!

Il pettegolezzo, poi, è la schifezza delle schifezze. E’ ignobile. Così come l’invidia, la falsità, la bugia, le disonestà che minacciano le persone, i perbenismi e le ipocrisie che avversano i giusti osteggiando il bene, quello vero.

1000 saranno le insidie, 1001 dovranno essere i nostri rialzarci! 1001 i nostri atti di coraggio, le risposte pronte ma non per forza attaccate, quasi menefreghiste, votate al concreto, ai fatti, a ciò che è veramente giusto e che veramente pone giustizia in questo mondo.

Coraggio, perseguitati. Martiri della verità, non abbiate paura! MAI!

E a me, umile servo troppo pigro e fin troppo lontano dalle logiche dignitose e doverose dell’agire tanto e bene, serva come scossa. Che non si spenga mai quella fiamma che alimenta ogni nostra foga votata alle nostre convinzioni di giustizia e bene. Anche se fare il bene dà fastidio alla gente. Anche se fare il bene può farci male.

carità

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