Industria 4.0: cos’è e cosa accadrà all’uomo lavoratore

Alla fine del XVIII secolo, telai e macchine a vapore hanno condotto l’umanità alla Prima vera forma di industria. Elettricità e catene di montaggio hanno, cento anni dopo, dato il via alla Seconda, grande rivoluzione del modo di produzione. Alla fine degli anni ’60, elettronica ed informatica hanno poi connesso gli uomini portandoci alla Terza Rivoluzione Industriale, i cui esiti sono a tutti noti.

Oggi ci apprestiamo a vivere sulla nostra pelle la Quarta delle Rivoluzioni Industriali. Un punto di non ritorno che stravolge la cadenza più o meno centenaria del cambiamento. Una svolta caratterizzata da una serie di implementazioni diverse che, insieme, costituiscono l’innesto di una intelligenza proattiva che guida e rende sostanzialmente autonome le macchine.

Se, infatti, la Terza Rivoluzione Industriale ha messo in comunicazione gli esseri umani, lasciando ancora ampio il loro controllo sulle apparecchiature, il processo di cambiamento odierno crea e si focalizza sulla comunicazione tra dispositivi, oggi in automatico in possesso delle informazioni in grado di gestire la produzione industriale. Continua a leggere

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Io e te

Io e te significa noi. Perché da quando ti conosco, non ragiono più allo stesso modo.
Io e te siamo un noi, perché la tua presenza, nella mia vita, l’ha cambiata. E la mia nella tua anche.
Siamo un noi, io e te, perché stiamo insieme. E io so che ci vogliamo bene. E so che ci amiamo, o ci proviamo, perché la nostra storia è una scommessa audace della nostra vita, che ci giochiamo ogni giorno.
Per noi, cioè io e te, vedersi è una gioia. Che si programmi qualcosa, si faccia qualcos’altro o non si faccia nulla.

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I 3 modi di amare e la differenza tra l’amore di Dio e quello dell’uomo

Che l’amore sia davvero un sentimento complesso, variegato ed interpretabile sotto diversi punti di vista è noto a tutti, tant’è che è argomento così ricorrente che quasi in ogni “materia” della conoscenza, di vita pratica o accademica che sia, si scorgono molteplici differenze e modi di interpretare questo concetto, un concetto che solo oggi, probabilmente, tendiamo a “chiamare” con una parola così ampia, così generale, eppur dolce, che dice tutto e, allo stesso momento, tutto entro sé tace.

Tuttavia, nel grande bouquet di possibilità che la conoscenza ci offre in tema, una prospettiva senz’altro interessante che può dare testimonianza di quanto differenti siano gli “amori” può essere quella suggerita dai Vangeli, in cui ciò che noi chiamiamo “amore” è in realtà espresso con tre verbi principali: epithyméô, philéô (stérgô) e agapáô.

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Come essere felici: un nuovo approccio al tempo

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Nelle ore in cui scrivo, i tanti auguri di buon anno ricevuti e fatti fungono da potenti stimoli che mi spingono a pensare ad aspetti legati all’impostazione della mia vita, alle aspettative e al modo di condurla: siamo tutti intenti ad augurarci, forse con un surplus di retorica, un’esistenza felice, ma allo stesso tempo ci chiediamo continuamente – come esseri fallibili dinnanzi a quel mistero grande e profondo che è il nostro compierci – come questa felicità possa permanere in noi nella quotidianità e aldilà di singoli momenti.

Molti hanno detto e parlato a questo proposito, e non vorrò di certo essere io l’ultimo profeta naif ad aprire il discorso: tuttavia ritengo che cogliere i consigli dello psicologo sociale italo-americano Philip Zimbardo possa essere buona scelta per inserirsi proprio sulla strada giusta di un sano appagamento.

Zimbardo brevemente conferisce sul paradosso della prospettiva temporale, e ci suggerisce, in fondo, qual è il migliore tra i possibili modi di vedere il nostro tempo, che è poi la nostra vita stessa: la ricetta giusta consisterebbe nel cogliere principalmente i frutti positivi del passato, vivere moderatamente il presente in prospettiva edonistica, e nelle stesse, relative quantità, guardare al futuro con grazia, puntando una discreta parte delle nostre risorse sul lungo termine.

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Autostima: cos’è, cosa comporta, come migliorarla

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L’autostima è fondamentalmente quello che crediamo che sia. E’ il processo attraverso il quale stimiamo il nostro valore personale, basandoci su percezioni incentrate sia su noi stessi in quanto tali, sia in relazione agli obiettivi che ci poniamo, sia ancora legate al nostro rapporto con gli altri, i quali giocano almeno in parte un ruolo di legittimazione per ciascuno.

Celebre ed emblematica è, a proposito dell’autostima, la definizione del funzionalista William James. L’autostima, per James, era il rapporto tra il nostro sé percepito e il nostro sé ideale, ossia la misura della differenza tra quello che sentiamo di essere, e quello che vorremmo essere.

L’autostima trova la sua ragion d’essere nell’istinto di sopravvivenza alla base del funzionamento dell’uomo: dandoci un valore, possiamo esprimere in maniera più o meno esauriente tutte le nostre capacità, e quindi consentire indirettamente in noi tutta una serie di processi tra i quali, ad esempio, la nostra stessa vita, la riproduzione, l’espressione di abilità che tanto possono giovare a noi o agli altri, il nostro talento artistico ed altro ancora. E’ un fattore dunque molto “vecchio” biologicamente, sopravvissuto alla selezione naturale, e dai forti correlati neuropsicologici.

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Il cane nero e la depressione

Mi fa piacere pubblicare con grande interesse questo video, che da molti giorni sta girando sui social network e che da più parti viene segnalato per il suo trattare con semplicità un argomento così delicato e particolare come la depressione.

La depressione è, forse, più di tante altre malattie, il vero male del secolo, ed è un male davvero subdolo, che cresce dentro talvolta senza motivi apparenti e che soprattutto paga ancora lo scotto del pregiudizio, sia come senso di vergogna per chi ne soffre, sia sottoforma di leggerezza per chi, trovandosi a contatto con una persona depressa, ne sottovaluta le conseguenze, che possono arrivare alla morte autoinflitta dal soggetto, all’insorgere di altre patologie di natura clinica o, più in generale, ad una serie di conseguenze che compromettono la vita dell’affetto in ogni suo aspetto.

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I 5 principi del rapporto mente-cervello

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La psicologia è una scienza ancora giovane e tutta da organizzare: non è ancora un “sistema” unico, e se ciò può contribuire a renderla una materia ancora tutta da definire finanche nelle sue conoscenze di base, può però anche significare che proprio per questo difficilmente si può trovare un campo più affascinante e necessitevole di nuove conoscenze tra tutte le discipline oggi oggetto di studio nel mondo.

Diversi sono gli approcci e diverse le finalità della psicologia, ma senz’altro chiara è la definizione che della materia si può dare: la psicologia è scienza della mente e del comportamento, ed è per questa ragione inequivocabilmente connessa all’azione del cervello.

Proprio nel rapporto mente-cervello si possono individuare gli aspetti più pregnanti della psicologia odierna, la quale trova senz’altro il suo fine privilegiato nel mondo della clinica, e trova nella ricerca psicobiologica il suo tramite più chiaro, moderno, efficace e scientifico.

Lo studioso che più ha contribuito a trovare nel cervello riferimenti a quelli che sono i processi cognitivi della mente è senz’altro Eric Kandel, neuroscienziato statunitense premiato con il Nobel per la Medicina nel 2000.

Nel corso dei suoi studi, Eric Kandel ha approfondito numerosi argomenti, in particolare in riferimento ai meccanismi di trasmissione degli impulsi nervosi lungo i neuroni. Ha inoltre formulato 5 principi alla base del rapporto mente-cervello, elementi da considerare di importanza primaria per lavorare nel campo della psicologia e delle neuroscienze, specie quelle applicate alla terapia clinica.

I 5 principi del rapporto mente-cervello

1. Il primo principio stabilisce che “Ogni processo mentale deriva da operazioni del cervello”. Per cui anche la “mente” altro non è che un’operazione del cervello, e dunque eventuali suoi disturbi trovano riscontro anche in alterazioni del funzionamento cerebrale, in un qualcosa (es. una lesione, la mancata produzione di alcune sostanze neurotrasmettitrici, etc.) che ha corrispondenza anche di natura organica, anche nei casi in cui le cause di tali disagi sono attribuibili a fattori prettamente ambientali.

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Quella piccola goccia, quell’ultimo granello

gocciaQuando apriamo l’acqua mentre ci laviamo i denti, per quanto staremo attenti, ci saranno sempre migliaia e migliaia di goccioline, milioni e milioni di molecole, che sprecheremo: così, tra una sciacquata e l’altra dello spazzolino.

E così succederà pure quando prepareremo il caffé: per quanto attenti, quanto ne sprechiamo ogni volta. E così anche lo zucchero, il sale, ogni cosa. Cose piccole o grandi, solubili o insolubili, liquide, solide o gassose.

Una parte servirà a ottemperare al compito per cui è “chiamata in causa”, l’altra sarà semplicemente buttata. Non raggiungerà lo scopo per la quale è preposta. Sarà nulla. Sarà, se vogliamo, sacrificato.

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La catalogazione, un mondo in digitale

dualismoQualche anno fa fummo tutti costretti ad aggiornare le nostre apparecchiature per guardare la tv: antenna da rivedere, e decoder o televisore nuovo. Altrimenti la televisione non si vedeva. Arrivò il digitale.

Il digitale. Dicotomico digitale. Sequenze di 0 e di 1, uniche due possibili cifre varianti del codice binario, opportunamente impacchettate, codificate e successivamente decodificate, per rappresentare un mondo fatto di immagini in movimento, di suoni, di contenuti. Un modo all’apparenza banale per coprire gamme teoricamente infinite di colori, sfumature, contrasti, voci, rumori e musiche.

Un modo per combattere le interferenze di un sistema vecchio, quello analogico, troppo soggetto a rumori, ad interferenze, a messaggi partiti in un modo e giunti in un altro perché troppo “liberi”, sfusi. E, se vogliamo, lo stesso metodo che utilizza la nostra mente per “classificare” le cose, per connotarle, per dare a tutto e a tutti un’etichetta con la quale fissare un minimo di percetto. Il modo che utilizziamo per combattere il relativismo sprovveduto, per dare un po’ di “solidità” alle nostre idee e combattere l’interferente plasticità del nostro cervello, capace di cambiare, di disgregare e creare connessioni tra punti già toccatisi e punti nuovi.

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Non fuori da noi, ma dentro di noi

interiorità

Questi giorni due sono stati i pensieri che più mi hanno fatto compagnia, nel mio interiore e nelle mie riflessioni da quattro soldi: due pensieri diversi, eppure caratterizzati da uno stesso minimo comune multiplo.

Si, il giorno di San Valentino e le celeri variazioni politiche che hanno coinvolto il nostro Paese in questi tempi, mi hanno spinto a pensare quale sia l’ingrediente necessario affinché le cose procedano per il verso giusto: mi sono chiesto perché si dice (e riscontra, anche personalmente) che sia difficile creare relazioni affettive autentiche, e mi sono chiesto perché l’Italia continua a non andare. E a due domande così diverse, mi sono dato un’unica grande risposta, che non copre di certo tutte le gamme e le varie sfaccettature delle complesse faccende, ma che riesce comunque a descrivere in grosse percentuali una motivazione di fondo. Che è appunto quel minimo comune multiplo di cui parlavo. Che altro non è che l’interiorità delle persone.

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